di Leonardo Filomeno – 08/12/2015
“Ho sempre voglia di scoprire cose nuove. E’ l’essenza del lavoro che faccio”. Al telefono da Radio Deejay, in un mite pomeriggio di fine novembre, c’è un Mauro Miclini torrenziale. Dj dai primi anni ‘80, stacanovista della compilation italiana, approda grazie a Danny Stucchi al network di Via Massena. Prima tecnico, poi programmatore musicale, sulle sorti della dance è ottimista: “Il secondo tempo riserverà grandi sorprese per tutti”. E non si tira mai indietro quando c’è da parlare degli amici di sempre. Da Albertino, “ci conosciamo da 30 anni. E’ un numero 1”, a Severo Lombardoni, “per cui ho mixato le prime compilation. Gente come lui ha portato un arricchimento senza pari all’industria in un momento in cui tutti riuscivano ad avere uno spazio per raccontare qualcosa, per rivolgersi alla propria nicchia, qualche volta addirittura a crearla. Oggi quello spazio manca”.
“Siamo fuori dai giochi per eccesso di campanilismo”, hai detto.
“Meno individualità, più spirito di gruppo’ è un concetto è semplice, ma difficile da attuare. Uno dei problemi dell’Italia è che si cerca sempre di criticare chi ha successo, dimenticando che un grosso exploit non può che giovare alla nostra immagine. Sui festival non ci siamo ancora svegliati. E sui social siamo arrivati con un ritardo mostruoso. Un genere come la Future House sarebbe potuto nascere benissimo da noi. Idem per fenomeni musicali come David Guetta, dove i riferimenti agli anni ’90 sono piuttosto chiari”.
Infatti la tendenza vintagista galoppa.
“I nuovi produttori non fanno altro che ripescare vecchi successi. Più che di nuove produzioni, parlerei di remix, di nuovi arrangiamenti. Il dj producer è diventato una sorta di scultore, che parte da un marmo importante per poi ottenere una statua migliore. Vedo grande difficoltà nel creare qualcosa di nuovo e di veramente bello. Non è una critica, ma una constatazione”.
C’è un’autolimitazione che ha poco di costruttivo e forse questa mancanza di libertà è dettata dalla paura di non rientrare negli standard dell’industria pop dance.
“Gli equilibri restano immutati. Si va verso una stabilizzazione. Ci si limita al minimo indispensabile per non dar fastidio a nessuno. La musica fa da specchio ad una fase davvero poco eclatante a livello economico, sociale e politico. Un genere come la Tropical House ne è la dimostrazione. Ascolti Kygo la prima volta e ti stupisce, ma dopo il secondo e terzo singolo dici: ok, bello, ma non ti strappi i capelli. Ormai anche le note delle vita iniziano a sembrare un po’ troppo amare (sorride, ndr)”.
Quelle della dance italiana lo sono da almeno 10 anni. Finita la Deejay Parade nel 2004, i famosi competitor sono caduti da lì a poco come birilli. Cosa è successo in quel momento?
“Si è cercato di dare al pubblico qualcosa di nuovo, senza aver analizzato con attenzione il nostro mercato, che probabilmente aveva ancora necessità di rimanere su cose più veloci, più allegre”.
Quel genere maranza alla Gigi & Molly in effetti sparì e, un po’ come all’estero, la house diventò il nuovo mainstream.
“Sì, molte radio, e già prima alcuni locali, iniziarono a snobbare quel filone. Però non ci fu uno switch completo e credo che questo non abbia portato giovamento a nessuno. Il motivo lo ignoro tuttora ma, proprio da quel momento, le radio smisero di supportare la dance in generale. Iniziarono a considerarla come un genere di serie B. La vena creativa è venuta meno anche come conseguenza di questo snobismo inutile ed esasperato”.
Fissarsi sulla mininal e sull’electro non è stato poi così salutare.
“Anche in quel momento si è cercato di fare qualcosa che sulla carta poteva sembrare innovativo, ma che alla fine ha tarpato le ali a tutti, facendo colare a picco il mercato. Non c’è stato un arricchimento, ci siamo fermati lì. Oggi il pop si balla. E Justin Bieber fa canzoni a 124 bpm. L’errore è stato quello di mollare nella fase in cui la musica da discoteca stava diventando il nuovo pop. Su quel treno non siamo saliti mai”.
L’Italia ha ancora qualcosa da dire?
“Rivivere i fasti degli anni ’90 sarà impossibile. Ma sono convinto che, dopo anni di buio, ci prepariamo a vivere un momento migliore. Tra il 2016 e il 2025 accadrà sicuramente qualcosa di importante. In cui ho deciso di fare la mia parte”.
Ossia?
“Penso a un ruolo di supervisore, di consulente dietro le quinte impegnato a scovare nuovi talenti. Nel 2016 cercherò di capire come esplorare questo capitolo”.
Il tuo ruolo a Radio Deejay ti darà manforte… (Miclini si occupa della programmazione musicale nella fascia oraria che va dalle 6 del mattino alle 4 del pomeriggio. Solo in Deejay Chiama Italia non c’è il suo, zampino, ndr).
“Do il mio contributo in programmi come Albertino Everyday, un contenitore dove non mancano novità e proposte interessanti per chi segue la dance. Credo sia un bel modo per portare un po’ di aria fresca in un panorama radiofonico stantio, dove anche Deejay non è più un grado di proporre cose nuove, come avveniva un tempo”.
Quello della Deejay Parade è un ritorno evocativo.
“Se in Italia c’è qualcuno in grado di far rinascere un movimento, non può che essere Albertino. Per cercare di dar vita a qualcosa di nuovo e credibile, credo sia inevitabile ripartire da programmi come la Deejay Parade o il Deejay Time, in quanto rappresentano ancora un punto di riferimento per un’intera generazione”.
Con Albertino come vi siete conosciuti?
“Lo seguivo a Radio Music 100, dove lavorava prima di approdare a Radio Milano International e Deejay, parliamo del periodo che va dal 1979 al 1981. Si faceva chiamare Alberto Rei e conduceva una classifica rock il sabato sera. Velocità nell’annunciare, tono di voce piacevole, l’unico in grado di bypassare il modello americano col vocione impostato: tra i dj radiofonici era il più innovativo. E ancora oggi resta il mio speaker preferito. All’inizio lo chiamavo in radio. Ebbi modo di conoscerlo di persona durante una fiera a Milano in cui c’era un loro stand.
Siamo nell’88, direzione Cecchetto.
“Fu però Maurizio Massini e non Alba a mettermi in contatto con Radio Deejay. Conobbi Massini al leggendario Bazaar Di Pippo, il negozio milanese di Pippo Landro. Lì, settimanalmente, mi recavo per acquistare le novità da proporre nella radio bresciana in cui lavoravo. Dissi a Maurizio che mi sarebbe piaciuto continuare a fare questo mestiere con l’ausilio di nuovi strumenti, visto che a Brescia lavoravamo ancora con i registratori a cassetta. Mi mise in contatto con Danny Stucchi, attuale station manager di Capital. ‘Ci servirebbe un fonico, ma abbiamo già trovato una persona’, esordì. ‘Fatemi provare lo stesso’, risposi. Mi mise alla prova per 10 giorni, al termine dei quali mi disse: ‘Dei due, tecnicamente sei il peggiore, ma vogliamo premiare i tuoi sacrifici e la tua grande passione’. Mi assunse”.
Di Linus invece che ci racconti?
“Se parliamo del modo di fare radio, tra i due fratelli Di Molfetta, Albertino resta il mio preferito. Lo so, dovrei dirti il contrario, visto che Linus è il nostro direttore. Ma all’inizio, quando lo ascoltavo su Milano International, Linus non mi piaceva per niente. Devo dire che col tempo è migliorato parecchio”.
Venivamo alle compilation. Anche tu hai iniziato con il compianto Severo Lombardoni, alla Discomagic.
“Verso mezzogiorno, scattava puntale la sua telefonata: ‘Ragazzo, passa da Via Mecenate che ho un lavoro da farti fare’. Uscivo da Radio Deejay intorno le 6 di sera e mi precipitavo da lui, che mi sottoponeva una decina di canzoni, di cui almeno 9 riconducibili alla sua etichetta, da mixare per una compilation. Prendeva i soldi da una cassaforte e mi pagava in anticipo. ‘Domattina per le 8 devo avere tutto’ era la raccomandazione, fatta con marcata inflessione bergamasca (ride, ndr). E io, puntuale, la mattina dopo mi presentavo alla Discomagic con il master pronto. Avrò mixato all’incirca 200 compilation, negli anni ’90 ci portavo a casa la pagnotta. Quelle per Lombardoni le conservo gelosamente anche se sopra non c’era il mio nome. Severo decideva in un secondo momento titolo e data d’uscita. Certe volte non sapevo nemmeno quale cd stavo mixando”.
Qual era la genialità di Lombardoni?
“Era un imprenditore atipico. In un’epoca in cui internet non esisteva, era il privato che di notte stampava i dischi e il giorno dopo era già sugli scaffali dei negozi. Il punto di forza era quello di non pensare troppo a cosa funzionasse e cosa no. Ci provava. E quasi sempre centrava l’obiettivo. Riusciva a soddisfare rapidamente una fetta di mercato che in quegli anni diventava sempre più robusta, arrivando in anticipo alla grande distribuzione rispetto alle major. Purtroppo, con la Hitland, suo figlio Matteo ha avuto delle condizioni di mercato totalmente diverse”.
Un’altra distribuzione importante con cui hai lavorato negli anni ’90 è stata la Dig It International di Giuliano Saglia.
“Il loro sistema di lavoro è quello che mi ha colpito di più. Conservo ricordi straordinari di persone come Max, Robertino, Pico (che oggi lavora in Sony, ndr), e, ovviamente, dello stesso Giuliano. Ascoltavo da loro montagne di dischi, poi li portavo in radio e riascoltavo tutto con Dario Usuelli, Pier Paolo Peroni e Albertino”.
La consacrazione arriva nell’estate ’96, con le Hit Mania.
“Negli ultimi anni sono cambiate un po’ di cose. Per esigenze di mercato e per ammortizzare sui costi delle licenze, Hit Mania mi segnala una serie di canzoni prodotte da artisti italiani legati alla stessa label. Do indicazioni su quelle che potrebbero essere le 10 o 15 hit da inserire, ma nella tracklist finale è già tanto se ne trovi 5 o 6. L’ordine della scaletta, oggi, rispetta l’importanza delle canzoni”.
Si vendono più copie in edicola o nei negozi?
“Credo proprio in edicola, dove l’approdo dei cd Hit Mania rientra nel discorso di riduzione dei costi. Facendo passare la compilation come ‘Rivista + Cd’ a prezzo speciale hai un’iva agevolata. E, potenzialmente, sei proiettato in una fascia di mercato più ampia”.
Qual è il titolo della collana Hit Mania che vende di più oggi?
“Credo proprio la Hit Mania. I dati del 2014 parlano di 20.000 copie ad uscita. Un ottimo risultato, calcolando l’andazzo generale”.
Il digitale, ça va sans dire, è poca roba.
“Il 5 o 10% di incidenza. Chi compra online, la compilation se la fa da solo. In quella già pronta non trova mai tutti i titoli che cerca”.
Cosa ci sarà dopo la compilation?
“Penso a playlist pubblicate su Spotify, aggiornate da personaggi di riferimento. Per cd e cofanetti la vedo dura. Una volta ascoltavi la compilation su cassetta e non potevi andare avanti se una canzone non ti piaceva. In qualche modo, la sequenza era fondamentale, lasciava nell’ascoltatore dei ricordi, delle sensazioni. Già col cd questo è venuto meno”.
La hit che hai adocchiato prima di tutti ?
“’Safe and Sound’ dei Capital Cities. Abbiamo fatto una ricerca per capire quale sia stata la canzone più programmata dalle radio italiane negli ultimi 3 anni ed è saltata fuori questa traccia. Ad inizio 2013 era al numero 1 in Australia e decisi di iniziare a programmarla su Deejay. Dopo un mese, nessun esito sugli ascoltatori, nessun’altra radio che ci seguiva. La togliemmo. Poi s’è visto come è andata… Tra l’altro, il seguito di ‘Electronic Love’, mio singolo del 2012 prodotto assieme a Daniele Tignino, doveva essere proprio una cover di ‘Safe and Sound’. Lo realizzammo. Solo che Daniele non era contento del risultato finale ed è ancora sul mio desktop”.
Il pezzo più sottovalutato?
“’How Deep Is Your Love’ di Calvin Harris & Disciples, a cui le radio italiane non stanno dando il giusto spazio. Anche ‘Desolato’ del compianto Enzo Jannacci con J-Ax è un capolavoro che emoziona sempre. Forse avrebbe meritato un supporto più deciso da parte dei network”.
Per ‘Without You’ di Dillon Francis stessa ingiusta sorte.
“Forse sono troppo belle per essere recepite da noi. Il gusto italiano va da sempre in una direzione latina, un po’ tamarra. Negli anni ’90 c’era ‘El Talisman’ di Rosana, oggi spopola ‘El Perdon’. Soprattutto d’estate, la tendenza non cambia”.
I produttori che fanno la differenza?
“Alex Neri per la house, Gigi D’Agostino per la dance. Del primo mi vengono in mente capolavori come ‘Chase The Sun’ e ‘Contemplation’. Il secondo ha inventato un genere tutto suo ed ‘Elisir’, ‘Bla Bla Bla’, ‘L’Amour Toujour’ sono brani che non mi stancherò mai di ascoltare. Giorgio Moroder, poi, resta un faro. Oggi il più bravo è Calvin Harris. Sempre sul pezzo, sempre con una veste accattivante. Un camaleonte”.
La canzone dance più emozionante di sempre?
“’Rhythm Is A Dancer’ degli Snap!. Con Marco Biondi restammo folgorati. All’epoca conduceva Pop News su Deejay, io ero in regia. Con largo anticipo rispetto agli altri, iniziammo a passarla senza sosta. E’ per canzoni come queste, per le emozioni che ancora oggi riescono a trasmettermi, che spero di continuare a fare questo lavoro da qui ai prossimi cent’anni“.